domenica 23 ottobre 2011

A proposito dei vent'anni del Sud sound system.

E' difficile offrire una visione distaccata e totalmente critica quando si parla del posto in cui si vive, ancora peggio quando il posto in cui vivi è una delle zone italiane più inflazionate degli ultimi dieci anni, Terra d'otranto, conosciuta col nome (inflazionatissimo!) di "Salento".
Se è a tutti poco chiaro quali siano i limiti territoriali e politici della zona, meno dubbi esistono quando si parla del modo in cui questa terra dichiara le proprie correnti. Così come i due mari che bagnano la penisola a est e a ovest per poi mescolarsi a sud (finibus terrae) anche le scuole di pensiero "comune" sui fenomeni culturali che attraversano questo luogo raramente superano le due unità contrapposte, e così come i due mari Ionio e Adriatico a un certo punto si mescolano, mostrandosi parte dello stesso costituente ideologico. Parte di un pensiero orizzontale che non è mai capace di immergersi o ergersi rispetto al livello dell'acqua, il pensiero medio.
Le correnti contrapposte sono le amministrazioni comunali -la società "alta", che oggi arraffa da uno scrigno che non poco tempo fa era trattato come uno scatolone- e gli "Indipendenti", ovvero quelli che dovrebbero offrire un'alternativa, ma che sanno soltanto mostrarsi in una posizione di parziale o totale dissenso, incollati a un'ideale di darwinismo-culturale che crede ancora in una grande evoluzione della storia della musica avente il rock come ultimo traguardo e simbolo di cultura elevata ( come se il rock fosse giustizia ed equità - come se anche nell'ascolto fosse necessario rispettare un'ideale di giustizia musicale - come se prima o poi anche in Puglia o in Nigeria avremo i Kinks o gli Smiths - come se ascoltare i Nirvana nel 2011 fosse sinonimo di avanzamento culturale - a proposito auguri anche a Nevermind). I due mari in questione si mescolano appena dimenticano che ciò che oggi ritengono elitario e aristocratico (la Taranta nel primo caso, la cultura pop nel secondo) è nato dal basso, da nicchie, da movimenti culturali spontanei e inclusivi, per questo assolutamente allergici all'elitarismo e all'appiattimento.

Questo tsunami di pensieri mi ha assalito appena mi sono ritrovato davanti a un video di vent'anni fa, girato in occasione della prima uscita discografica a nome Sud Sound System e testimonianza preziosa riguardante il più grande movimento culturale mai nato in in provincia di Lecce: le Posse Salentine.
Ventitré anni fa, quando la gente ignorava cosa fosse il Salento, gli emigranti salentini si vergognavano di dire da dove venivano, la Pizzica era la grottesca e anacronistica musica suonata dai vecchi proletari contadini, il dialetto leccese la lingua parlata dai villani, e questo per rimanere alla provincia di Lecce, mentre il principale centro urbano della provincia era un grosso parcheggio di automobili e monumenti in disfacimento (eppure già allora vanitosissimo) che MAI e poi MAI avrebbe osato abbassarsi o impadronirsi delle usanze degli odiosi poppiti (corrispettivo leccese di burino: nella tradizione coloro che abitano fuori dalle mura, nella pratica tutti gli abitanti della provincia), dicevo quindi, ventitré anni fa, un gruppo di amici appassionati di musica inizia spontaneamente, sinceramente, forse per scherzo a organizzare Dance-hall, improvvisazioni canore raggamuffin (quello che viene considerato il Jazz giamaicano) su basi ritmiche.
E' un idea diversa, stimolante, divertente, come detto è un'idea legata alla spontaneità, favorita dall'uso della lingua più vicina ai pensieri dei partecipanti, il dialetto salentino. Ed è così che le festicciole tra amici diventano in breve tempo grossi eventi indipendenti seguiti da gente di ogni cultura musicale, feste dove la distanza tra pubblico e artista è praticamente inesistente. Consolidando il proprio pubblico di fedeli nasce un vero e proprio movimento, le posse salentine.
E' grazie a questa formula esplosiva che, sempre in modo naturale e spontaneo, gli ideatori delle Posse "reclutano" i maggiori talenti all'interno delle feste formando il primo nucleo del gruppo che corrisponderà al nome di Salento Posse.
La trovata avrà successo anche all'infuori del territorio locale, allineandosi alla perfezione col movimento posse hip hop italiano, ma anche internazionalmente con fenomeni quali il Rave, spopolando nei centri sociali in giro per l'italia e trovando la prima consacrazione attraverso l'autoproduzione del primo ep a nome Sud Sound System, quel lontano giugno del 1991.

Il video poco sopra è per l'appunto la festa di presentazione del primo singolo, T'a sciuta bona, tenuta ad Aradeo all'inizio dell'estate del 1991. I membri attuali, ad esclusione di Nandu Popu, ci sono tutti (c'è persino Terron Fabio, all'epoca tredicenne e conosciuto col nome di Fat Fabio) ma non sono le immagini smagnetizzate ciò che colpisce di più.
Ogni grande movimento ha bisogno di artisti/comunicatori di talento, di un pubblico appassionato e di studiosi o critici capaci di legittimarlo culturalmente. Per ciò che riguarda quella sera ad Aradeo si andò oltre la legittimazione critica, questo per via della presenza di Sociologi Antropologi come Piero Fumarola dell'università di Lecce (studioso di fenomeni sottoculturali di massa come il Tarantismo o il Rave), o di Cantori della tradizione popolare come Uccio Aloisi, in veste di partecipante e testimone di un'ideale passaggio di consegne.
Una legittimazione che va oltre la filologia per andare direttamente al cuore della storia, ben prima che avvenisse lo sdoganamento della pizzica e ben prima che termini come World Music, Glocal, Musica Etnica entrassero nel vocabolario comune degli studiosi musicali. C'è la bellezza del sincretismo, ovvero la commistione di caratteri propri della cultura di appartenenza con quelli di un'altra (quella giamaicana) senza che quest'innesto dia un'impressione posticcia e finta;ciò avviene grazie all'abilità degli attori di pescare nei caratteri tribali della musica, condivisi con buona parte dei popoli del mondo.
Le vicende successive riguardano un gruppo capace di influenzare e dare vita a tanti altri gruppi e correnti, pubblicando canzoni e dischi (il primo lp, "Comu na petra" è del '96) che sono praticamente entrati nella tradizione collettiva e il mito per poi dare vita a una carriera di successo diffondendo sempre di più le proprie idee e la propria musica per poi arrivare, inevitabilmente, alla firma del contratto per una major discografica quale la Universal, limando la propria varietà iniziale per compromesso commerciale (d'altronde col mito non ci campi) senza perdere però la propria sincerità e capacità comunicativa.

Sono passati vent'anni da quel 12 pollici, e molta della spinta vitale ricevuta dal Salento da allora (conseguente l'acquisizione di consapevolezza nelle proprie qualità e la scoperta che è attraverso l'unicità che si vince ovunque e su qualsiasi cosa) è visibile ad occhio nudo, certo può anche aver dato vita a un po' di ineluttabili e spiacevoli effetti negativi, a me però piacerebbe che si fosse in grado di distinguere, di non buttare bene e male tutti insieme nello stesso calderone, e di evitare di credere che il successo di un fenomeno sia una dittatura che impedisce la nascita di altri fenomeni. Le Posse salentine nacquero per dare un'alternativa, una varietà alla piattissima vita dei giovani salentini privi di lavoro e futuro, nulla esclude che il luogo in cui viviamo (che sia il Salento o l'Italia) possa diventare più vario di ciò che è.
Nulla è negato se c'è entusiasmo, creatività, spontaneità, fame di vita e di bellezza, voglia di futuro. Tutti elementi che le Posse hanno trasmesso meglio di chiunque altro quaggiù nel tacco.
Auguri ragazzi.
D.F.

sabato 8 ottobre 2011

iDeath: come ti invento il mito.



L'improvvisa morte del manager e CEO della Apple Steve Jobs (se nessuno se n'è accorto) ha scatenato le celebrazioni esagerate e, diciamolo, impreparate dei media, nessuno escluso.
E' stato ovunque un susseguirsi di gare a chi la sparava più grossa.
Improvvisamente si scopre , secondo ciò che dicono i tg italiani, che Jobs è stato per la nostra era un moderno Leonardo Da Vinci che ha inventato il computer, il web, ha messo l'iPhone in tasca di miliardi di persone (l'intera popolazione cinese), ha fatto -col suo discorso alla Stanford university- un vero e proprio "upgrade del sogno di Martin Luther King" (Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti), persino Linus di Radio Deejay (non un coglione qualsiasi quindi) ha voluto sottolineare che è grazie a Jobs e alla sua invenzione dell'ipod che adesso è possibile la condivisione musicale gratuita... e non oso immaginare nel prossimo mese cos'altro sentiremo: gente risvegliata dal coma vegetativo dopo vent'anni grazie all'ipod, milioni (una piccola parte di quel miliardo di pocanzi) di bambini poveri della somalia che giocano a pocket guitar trovando uno scopo alla loro breve vita.
Steve Jobs è insomma, nella mente dei media, un incrocio tra Giovanni Paolo II, Thomas Edison e Madre Teresa di Calcutta.

Sia ben chiaro che questo post non vuole mancare di rispetto alla persona, brillante manager indubbiamente affascinante che ha compreso al momento giusto (e non in anticipo) la direzione che avrebbe preso il computer dal 1976 ad oggi senza inventare niente (punto che ribadirò più volte), se non il modo col quale rendere le sue macchine un simbolo di appartenenza. Anzi ritengo che siano gli stessi che lo esaltano in modo esagerato senza saperne nulla a non rendere giustizia al personaggio.

Come nasce un'icona
Avviene sempre così. C'è un personaggio che unifica, identifica, crea appartenenza.
E' già un guru, un culto di massa da vivo. Questo personaggio muore nel pieno delle proprie forze e della propria energia vitale; di rimbalzo questo avvenimento crea grande (folle ma comprensibile a livelli d valutazione irrazionale) commozione.
I media si ritrovano investiti da queste dimostrazioni potenti di affetto e partecipazione da parte del popolo nei confronti di uno sconosciuto, e scoprono improvvisamente -i media- di non sapere nulla del personaggio in questione. Oddio, chi diavolo è Steve Jobs?
Provano a spiegarsi il perchè delle esagerate manifestazioni di affetto (fiori davanti a tutti gli apple store del mondo, 10.000 necrologi su twitter al minuto) ma non trovano una risposta soddisfacente.

Apriamo parentesi.
Mettiamo che domani muore... Thom Yorke
1.Figuriamoci se i media, giornali, televisioni e web-giornali sapranno mai chi è
2.C'è tanta gente commossa che lo vede come fonte d'ispirazione, e accorre in massa da tutto il mondo per continuare a sentirsi partecipe del culto cominciato quando egli era in vita.
3.Il motivo del perchè la gente sia emozionata da quest'avvenimento è chiaro: lui ha dato qualcosa alla gente, qualcosa di non del tutto descrivibile, bella musica, bei dischi, belle idee, se vogliamo vederla in modo trascendentale Yorke ha messo l'anima nel suo prodotto... ma tutto questo come spiegazione alla stampa non basta, e oltre a tirare in ballo pezzi come Creep o Karma Police (al massimo) sarà costretta a dare in pasto al pubblico (abituato a pensare per paradigmi e formule fisse) storie per dare validità alla sua santificazione, abbassarsi al linguaggio di menti dal vocabolario, dalla cultura e dalle capacità di provare empatia limitati, per spiegare perchè sia considerato un icona.
4.Ci si ritroverà improvvisamente ad avere pronte sentenze incontrovertibili come "Thom Yorke coi Radiohead ha inventato il rock contaminato dall'elettronica" oltre a spacciare il fu Thom Yorke come il primo ad aver puntato a"una diffusione gratuita della musica". No matter what. E' così.
E prima di lui Andy Warhol ha inventato la pop art, Bruce Lee il Kung Fu, Che Guevara la lotta armata di classe, Moana Pozzi il sesso, e così via. Solo che nel caso di Jobs c'è dietro un'azienda dal settore marketing infallibile e miliardi di fatturato annui.

Chiusa parentesi, io che non ho mai speso una lira per alcun prodotto apple (perchè... perchè non provo questo gran fascino per l'appartenenza, questa grande voglia di stare sempre e comunque dalla parte che convenzionalmente viene intesa "il giusto", sia che si tratti di un movimento politico o che si tratti di... un computer) posso dire che conosco un po' di storia dell'informatica e sono il primo a provare ammirazione per Steve Jobs. Proprio perchè , provando ad ignorare la ferocia imprenditoriale alla quale non ti puoi del tutto sottrarre per arrivare a certi livelli, è indubbio che se la apple (così come la pixar) è a grandi livelli è perchè qualcuno ha capito le cose giuste al momento giusto, e questo è un tipo di carisma che hanno tutti coloro che riescono a rendere , se pur in piccola parte, il mondo un posto un po' più bello. E' solo la faccia bella del capitalismo. Ma di per sé è un concetto che appartiene a tante altre cose che coi soldi non c'entrano nulla.
Guai però a parlare di genio! Il computer appartiene alla storia dell'umanità perchè è riconducibile a quella serie di invenzioni che stanno cambiando la nostra vita, i nostri comportamenti, il nostro modo di vedere la realtà, ma se parliamo di questo campo, geni sono Charles Babbage, George Boole, Alan Touring, John Von Neumann, persone che hanno fornito convenzioni basilari del funzionamento dell'archetipo di calcolatore, e tutto ciò non meno di cinquant'anni prima che subisse una diffusione di massa.

Io sono un sostenitore dell'ipotesi che le grandi idee già esistono, aspettano solo grandi uomini che viaggiano alle stesse frequenze perchè vengano diffuse.

Nella grande storia che parte dal primo calcolatore nel 1600 circa, al primo tentativo di liberalizzare il codice per soggetti che non fossero semplici tecnici (il PDP al MIT del Massachussets, anni '60 del novecento, quando la IBM pretendeva che i computer dovessero essere dati in comodato e usati solo dai tecnici della stessa azienda informatica) per arrivare a oggi dove il computer è ovunque, lo si porta in tasca, lo si può costruire da zero e riprogrammare a propria immagine e somiglianza grazie all'open source, Jobs ha un suo spazio e una sua importanza.
Jobs non era un illuminato intenditore di hardware e programmazione, quello era il suo socio Steve Wozniak col quale creò le prime macchine della apple, e da quella prima macchina, l'appleI del 1976 all'iPhone c'è sempre un filo conduttore, ed è quello di comprendere che il computer non poteva servire solo a chi amava il computer o a chi era capace di interagirvi attraverso il dos o l'unix, ma a tutte le persone del mondo di tutte le categorie lavorative e non. Per l'appunto, il personal computer. Ed è così che è Jobs a lanciare (non inventare) il primo Macintosh, il primo computer con una GUI, un'interfaccia grafica semplice che ne permettesse l'utilizzo veloce e intuitivo. Per poi spingere al massimo il valore di brand come Apple, NExT, Pixar, trasformandoli in lovemarks, prodotti perfetti, ben studiati, capaci di creare fidelizzazione, culto, oltre il "personal" per arrivare a livelli di feticismo (un mac è un mac, è come un vino pregiato preso da una cantina di nicchia della toscana, cambiarne anche solo una componente è come trapiantare il proprio cuore con quello di un cane, un'eresia).
Poi tante altre intuzioni, il mercato di mp3 più grande al mondo, legato a una periferica, l'ipod, che ha trasportato nelle orecchie di milioni (non miliardi, ripetiamolo) di utenti lo stesso concetto di "appartenenza" che ha fatto la fortuna del computer di riferimento.
Capacità di comunicazione e Marketing, grande intuzione, anche coraggio (perchè comunque di flop la apple ne ha visti) di lanciare al momento giusto macchine che comunque erano già state pensate, inventate e anche vendute (nè i lettori mp3, nè i tablet nè gli smartphone sono stati inventati dalla apple). Poi arriva il cancro al pancreas, che ti becca a 50 anni per toglierti di mezzo sei anni dopo, quando ancora hai tanto entusiasmo lavorativo, lasciando una pianificazione dell'azienda che hai fondato che va fino a tre anni dopo la tua morte (che permetterà alla stessa azienda di continuare a lucrare e farsi bella sulla tua immagine per tanti anni dopo la tua sepoltura), e un prodotto (l'ultimo iPhone) che viene presentato proprio il giorno in cui esci di scena.

Insomma, qualcosa di sregolatamente poetico in tutto ciò c'è. Jobs era un uomo con una grande ambizione e un grande talento lavorativo. L'ambizione guarda sempre al futuro.
E' così che guardi al futuro e ti scontri con l'unica grande forza che inchioda tutto al passato. "Steve Jobs si è spento ieri, cambiare la batteria" ha scritto qualcuno.
Il funerale di Jobs si è tenuto ieri in gran segreto, quasi una dimostrazione, un modo per tenere la persona lontana dal mito che non è, una cerimonia umile a rendere giustizia, più di mille parole (autocompiaciute, magniloquenti, mitizzanti, tendenti al parossismo e a rendere tutto e tutti macchietta e parodia per il semplice motivo del guadagno) a un personaggio -non un santo, non un guru, non un leader spirituale, non un visionario, non un sognatore- che non le avrebbe mai pretese.


D.F.

lunedì 3 ottobre 2011